27/09/13

Ordini di difficoltà della materializzazione

Emmet Fox, sulla preghiera:

"Supponiamo, per esempio, che in un certo momento della vostra vita la vostra situazione economica sia in condizioni tali che, umanamente parlando, è sicuro che si verificherà qualche tragica conseguenza prima della fine della settimana. Potrebbe trattarsi di conseguenze legali, conseguenze mediche, potrebbe accadere che una operazione chirurgica si è rivelata inevitabile e che il medico non abbia comunque alcuna fiducia nel vostro completo recupero. Ora, se voi poteste innalzare la vostra coscienza al di sopra delle limitazioni del piano fisico, che è un modo di descrivere l'atto del pregare, allora le condizioni di quel piano cambierebbero e cambierebbero in una maniera che normalmente sarebbe impossibile, dissolvendo ogni difficoltà, qualunque sia il suo livello di gravità"

Un corso in miracoli, sull'ordine di difficoltà dei miracoli:
"Non c'è ordine di difficoltà nei miracoli. Uno non è più difficile o più grande di un altro. Sono tutti uguali. Tutte le espressioni di amore sono massimali.

Lester Levenson, sulla manifestazione:

Manifestare un dollaro o svariate migliaia di dollari è la stessa cosa. Cominciate a manifestare un piccolo dollaro, e cominciate a coltivare la certezza in questo principio. Dopo diverse volte che lo fate cominciate ad aggiungere uno zero e materializzate dieci dollari. E così via. Il principio è lo stesso sia che si tratti di una piccola somma sia che si tratti di qualcosa di molto più grande.

18/09/13

Psicopatologia del troppo sapere

C'è una nuova patologia in giro, o forse è vecchia ma adesso risalta molto di più ai miei poveri occhi. Troppo sapere lo chiamerei. Troppe teorie, libri, citazioni colte e cognizioni... di altri. E così mi aggiro nei blog e nei siti di vecchi\nuovi personaggi che si pongono contro tutto. Contro i guru, contro i maestri del nuovo millennio, contro i terapeuti. Si citano cospirazionismi vani, ci si inerpica in istrionici tentativi di ridicolizzare tutta la fuffa new age contro la quale, ahimè, anch'io mi sono battuto per lungo tempo. E lo si fa citando autori colti, personaggi importanti, geni della letteratura, dell'arte, piuttosto che altri 'maestri' ritenuti degni di questo nome. Si rema contro tutti coloro che parlano di creazione della propria realtà, di aiutare il prossimo e così via. Si parla male, malissimo di tutta una categoria di persone facendo di tutta l'erba un fascio e parlando per lo più per difendere un'opinione. Per questo credo sia una psicopatologia. Una psicopatologia ti restringe il campo della coscienza e ti fa vedere solo quello, l'oggetto della tua ossessione, del tuo amore o odio. Il sapere troppo fa male alla 'conoscenza' della vita, fa male al vivere. Troppa 'cultura' fa presto a diventare ego, chiacchiera, mentalismo, tracotanza e propaganda. Troppa 'cultura' fa salotto ma, forse, molto poca esperienza pratica. Quando sai troppo smetti di sentire e vivere quello che ti si para davanti perchè sei troppo preso a filtrarlo con tutte le nozioni di cui ti sei riempito la testa. Troppe certezze generano nemici da combattere, giusti e sbagliati da rispettare, classificazioni, mappe che non indicano niente se non le opinioni di chi ha disegnato quella mappa. E soprattutto generano ancora una volta separazione. Forse bisognerebbe studiare di meno e sentire di più. Forse occorrerebbe smetterla di classificare le persone per la corrente 'esoterica' a cui appartengono o per le 'credenze' che hanno, bollandoli come stupidi, idioti o addormentati se credono alla legge di attrazione piuttosto che agli alieni di Sirio. Forse dovremmo iniziare a chiederci perchè siamo tanto indignati con i fautori della legge di attrazione, con i guru dell'ultima ora e con tutti i loro seguaci. Forse, e dico forse, tutta la rabbia che ci sale quando sentiamo qualcuno dire 'namastè' o 'tutto è uno' è figlia proprio di tutto quel sapere che giudichiamo corretto, sano, dalla parte giusta e con cui ci sforziamo di filtrare tutto il resto. Forse questo è il motore che genera separazione, odio, guerra... chissà.

15/09/13

Gli outsiders, i gruppi e il bisogno di appartenenza

Gruppo sì... gruppo no.... creiamo un gruppo di pratica , di meditazione, di condivisione? Queste domande ultimamente mi sono state rivolte da più persone, specialmente dopo gli incontri di luglio. E se da una parte sono affascinato anche io da quello che si è creato nei gruppi di luglio, belle sensazioni, innalzamento tangibile dell'energia psichica, allegria e benessere generale, dall'altra non posso che notarne tutte le contraddizioni e i pericoli. Parlo di me ovviamente. Dopo le serate di Ardea ho potuto toccare con mano, innanzitutto, come l'ego di una qualunque persona che si proponga di dirigere una serata o un gruppo di persone, venga solleticato. Nel mio caso dopo le conferenze era piuttosto difficile rimanere con i piedi per terra e non sentirmi minimamente importante, tra email, commenti positivi, ringraziamenti e altre belle cose che sono capitate. Nel background della mia mente, a profondità insondate, si stava facendo strada l'idea di poter essere davvero un insegnante, un istruttore, un qualcosa di 'diverso', di più. Ed è stato necessario dedicare diversi giorni a rilasciare questa sensazione. Perchè? Perchè so che è una trappola. E più rilasciavo più mi era chiaro il senso di quello che penso di voler fare: non sto cercando di creare un gruppo, una setta o un movimento di maghi erranti. Non sto cercando di creare scuole, affiliazioni, gregari, affezionati o simpatizzanti, non sto cercando di vendere niente a nessuno. Sarebbe contro la mia natura. Quello che sto cercando di fare è dare degli strumenti e indirizzare le persone a lavorare su di sè (qualunque cosa questo voglia dire per ognuno, perchè ciascuno ha il suo modo di lavorare) in piena autonomia, fornendo i riferimenti, i libri e al limite un po' di supporto, di modo che siano autosufficienti e indipendenti non solo da me ma da tutto quello che finora li ha resi dipendenti. Il gruppo ha tanti vantaggi e in alcune situazioni di apprendimento può anche essere molto utile, ma non è affatto imprescindibile. Anzi, per quello che ho potuto vedere, i gruppi diventano troppo spesso la distrazione preferita delle persone che non vogliono guardarsi dentro e vedere la propria miseria e la propria solitudine autoindotte. E se non guardi non trasformi. I gruppi di qualunque genere sono ottimi per sostenere una persona in un processo di cambiamento e ottimi a livello psichico per fare lavori sul sottile (penso ai seminari del metodo Silva ma anche ai Maestri Invisibili). Sono però, purtroppo, anche dei potenti sedativi per molte sfumature del bisogno di approvazione, sulle quali, ahimè, si lavora bene solo quando si è da soli. Il gruppo dà supporto, è vero, dà comunione di intenti, è vero, ma il gruppo in genere tende a mangiare l'individualità. Una persona per far parte di un gruppo deve sempre essere un po' meno individuo e un po' più egregora. Un gruppo sviluppa spesso una sottile distinzione fra 'noi' che siamo parte del gruppo, e 'voi' che non lo siete. E in questo trovo ci sia sempre una limitazione della propria libertà. Ecco perchè certe pratiche a mio parere non hanno senso se fatte in gruppo. Ad esempio, a volte sono stato invitato a dei 'gruppi' di Ho'oponopono e ogni volta prima di rifiutare, mi ricordavo di quanto Hew Len sbraitasse nel dire alla gente che Ho'oponopono è un lavoro personale, un lavoro su se stessi, e non ha alcun senso farlo con un gruppo. Dietro ogni gruppo, anche piccolo, c'è sempre il bisogno di appartenenza a livello più o meno marcato, e quindi il bisogno di approvazione. Dietro alcuni gruppi c'è l'implicito messaggio che 'da soli è più difficile', che 'insieme si può di più', ma io ritengo che un insieme di persone poco autosufficienti e poco potenti produca molto meno cambiamento di un singolo pienamente autonomo, un outsider a pieno regime. La paura della solitudine e la paura di non esser parte di qualcosa rappresentano due enormi forme pensiero di base da cui siamo tutti affetti, che limitano la nostra personale capacità di esprimere potere e sono talmente innestate, talmente profonde e date per scontate che sono addirittura classificate da qualcuno come bisogni naturali dell'essere umano. Poco importa se poi questi 'bisogni naturali' agiscono da catalizzatori inconsci di tutta una serie di azioni e scelte che ci portano a sacrificare il nostro potere, l'unicità e l'originalità di chi siamo veramente. Poco importa che questi 'bisogni naturali' ci impediscano di avanzare nel nostro percorso, che a mio parere è sempre un percorso di espansione anche in termini di espressione individuale. Ti accorgi che non ne hai bisogno quando, rilasciando la paura della solitudine e il bisogno di appartenenza, non hai più voglia di appartenere ai gruppi, se non per imparare qualcosa di utile e poi proseguire sulla tua strada. A un certo punto comprendi che il percorso è sempre tuo, individuale, autogestito, libero. Puoi partecipare a qualche bel gruppo che si è formato per 'caso' o per una convergenza di energie come quelle di luglio, e sentirti bene sia nei panni di colui che dirige, sia in quelli di colui che partecipa al gruppo, e puoi entrare e uscire da questo avvenimento senza attaccamento e senza volerlo rifare di nuovo. E alla fine cerchi di lasciare che le cose siano spontanee, anche la formazione, la durata e la fine di un gruppo di lavoro e non cerchi più  di forzare, gli eventi, o di essere parte di qualcosa. Sai che arriva sempre ciò che è giusto per te, al momento giusto per te, se rimani nel flusso.